Musaic

MUSAIC

Imola (BO) - IT

Dicembre 2010

- Marcello Defant: violino

- Alessio Nacuzi: violino

- Francesca Bassan: viola

- Sebastiano Severi: violoncello

- Franco Catalini: contrabbasso

- Jean Gambini: contrabbasso

- Claudio Montafia: flauto

- Mario Frezzato: oboe/corno inglese

- Enrico Gabrielli: clarinetto/cl. basso

- Marco Bertona: corno/mellophone

- Gianni Chi: pianoforte

- Juergen Groezinger: timpani/percussioni

- Joachim Glasstetter: elettronica

- Manny Pardeller: elettronica/ambient

- Guido Frezzato: editing

Performance realizzata nel contesto della manifestazione d'arte contemporanea "Macerie', sulle rovine dell’ex clinica psichiatrica “Villa dei Fiori”.

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Presentazione di Vincenzo Perna

Ora che tutto e'è sparito, restano soltanto macerie. In pochissimi giorni, decisioni tecniche e valutazioni economiche hanno cancellato la presenza fisica di Villa dei Fiori. Un luogo di cui Imola andava giustamente fiera perche'é fu, a suo tempo, all’avanguardia nella cura della malattia mentale. Ma anche un nome il cui ricordo è denso di solitudini e sofferenze, sottolineate - come in molti altri luoghi di contenimento della malattia psichiatrica - dalla denominazione gaia, dal tentativo di alleggerire e nascondere il dolore esistenziale contenuto.

E poichée' dell’edificio restano soltanto le macerie, gli organizzatori hanno pensato a una performance-installazione in grado di rendere presente l’assenza. Sul piano musicale cio'ò ha dato luogo a un particolare esperimento compositivo, dove ai musicisti è stato chiesto di produrre individualmente suoni e sequenze entro una certa serie di note ed ambiti temporali dati. Le registrazioni prodotte da ciascun musicista sono state poi assemblate in studio da Mario e Guido Frezzato, dando origine al prodotto finale oggi presentato. La musica qui ascoltata, dunque, proviene da macerie di macerie, perche'é èe' stata smembrata a priori per poi essere rimontata con una paziente operazione di concatenazione e sovrapposizione.

Si tratta, insomma, di una forma di composizione nel senso proprio, etimologico del termine, cioe'è di ‘mettere insieme’, accostando, giustapponendo, mescolando ed elaborando timbri isolati e singole note, accordi e frammenti tematici.

Il trattamento elettronico inscena cosi'ì una performance di gruppo soltanto virtuale, che pero'ò preserva in gran parte il sound acustico originale del progetto. Nata e sviluppata in un ambito di matrice classica, l’installazione vede intervenire i suoni di flauto, oboe, corno inglese, clarinetto basso, corno, violino, viola, violoncello, contrabbasso, pianoforte e percussioni, piu'ù una traccia ambientale (rotolio di macerie) e una elettronica, consistente in un bicordo basso sib-reb.

Pare appropriato che una delle linee-guida fornite ai musicisti di Sottosuono sia stata quella di cercare ispirazione nel lavoro di Robert Schumann, a duecent’anni dalla nascita (1810-1856). Non citazioni, si badi bene, ma (f)rammenti di memorie del compositore tedesco, noto per il pathos drammatico e melanconico delle opere e per aver trascorso gli ultimi anni della sua dolorosa esistenza recluso in una clinica per malati mentali. Cio'ò a memoria dell’antico nesso tra creativita'à e devianza (se si vuole, anche stereotipato nell’usurato ritratto dell’artista romantico), e pur tuttavia mai fino in fondo illuminato. Sul controluce siderale del silenzio digitale, tra le macerie della Villa e i rumori di fondo della citta'à, suoni diafani materializzano e diffondono i fantasmi schumaniani in una texture mutevole di sonorita'à puntillistiche, episodi lirici, riff quasi blues, momenti d’insieme e pattern di piazzolliana memoria.

Le macerie di Villa dei Fiori sono ridotte oggi ai minimi componenti, non mattoni ma forme piùu' piccole e piu'ù complesse, ambigue e indeterminate. I giornali raccontano che le macerie non saranno rimosse ma riutilizzate nelle nuove edificazioni, memori del continuo riuso dei materiali da costruzione del passato, e anche, chissàa', materia per gli archeologi del futuro. In musica, quei frammenti continuano a vivere come echi di voci e ricordi, come minime unita'à di senso sonoro, in omaggio a quell’idea un po’ new age che la vita dei suoni continua a lungo dopo che finiamo di udirli, sotto forma di energia presente come vibrazioni infinitesime nell’etere.